13103377_584636721713324_89740109312244682_nUn invito a visitare il luogo destinato alla prima cafeteria vegana in Palestina mi ha fatto scoprire il mondo, ancora poco conosciuto ma significativo, dell’attivismo per i diritti animali nella West Bank.

di Samah Salaine – +972 Magazine

Devo confessare una cosa: come dire, io non amo gli animali. Che sia il cagnolino noioso che scodinzola vicino a me per strada, o il gattino viziato che cerca un abbraccio…semplicemente non fanno per me.

Ho cercato di imparare un codice di condotta accettabile per rapportarmi con le famiglie che hanno adottato animali domestici, ma ho sempre finito per offendere qualcuno. Il più delle volte io stessa ho cercato di uscire dall’imbarazzo con una battuta scherzosa: “Dai, sono araba. Si sa, per noi un cane è un cane, e la famiglia è la famiglia.”.

Non sono neppure vegetariana o vegana, ma non amo la carne e posso farne a meno per diversi giorni.

Sono stata contattata da un gruppo di giovani donne palestinesi che stanno cercando di aprire la prima cafeteria vegana all’interno dell’università di Al Quds, ad Abu Dis, Gerusalemme.

Stanno cercando aiuto tramite una campagna di crowdfunding per realizzare il loro sogno: aiutare gli animali in Palestina, educare i giovani al rispetto dei loro diritti, sostenere studenti universitari disagiati.

L’obiettivo è quello di assumere madri single di Abu Dis per cucinare cibi vegan senza utilizzare nessun prodotto israeliano, avvalendosi solo di prodotti palestinesi provenienti direttamente da contadini palestinesi.

IMG_3572Addio Waze?

Troppo bello per essere vero, mi sono detta. Perché qualcuno dovrebbe occuparsi dei diritti degli animali palestinesi, quando lo stesso popolo palestinese vede i propri diritti violati ogni giorno?
Così decisi di andare a vedere di persona, ho preso Waze e mi sono diretta verso l’università di Al Quds. Dopo circa un’ora su per una collina, la app mi ha comunicato fiduciosamente: “Hai raggiunto la tua destinazione”. Sono uscita dall’auto e mi sono trovata davanti ad una recinzione molto alta. Questa non è l’università’!
Mi sono avvicinata ad un ragazzino che passava e gli ho chiesto: “Dov’è l’università’?”

“L’università ebraica?”

“No, non l’università’ ebraica, Al Quds. Waze dice che è qui”.

Il ragazzino è scoppiato a ridere: “Sì, è qui, proprio dietro la recinzione. Hai un elicottero? Se segui questa via raggiungerai un insediamento, ma la strada è bloccata. Devi tornare indietro attraverso Abu Tor, poi imboccare la strada Maale Adumim-Jericho a Eizariya, e poi girare di nuovo verso l’università. Cosa, non sei di qui? “.

Fatto finta di capire le sue indicazioni e sono ripartita alla ricerca della prima cafeteria vegana palestinese.

Su di una strada secondaria, mi sono fermata vicino ad un vecchio che, trasportando delle borse, stava faticosamente risalendo un pendio molto ripido e che sembrava quasi sul punto di collassare. Gli chiesi dov’era l’università.” No, non quella ebraica” gli ho detto per prevenirlo.
“Oddio, è molto lontana. Come hai fatto a finire qui?”. Prima che me ne rendessi conto, era salito sulla mia macchina, riempiendola di un odore che era un misto di frutta, verdura e sudore maschile.
Mi raccontò come il muro avesse influito sulle loro vite, e come i trasporti pubblici non andassero più da nessuna parte.

Prima di scendere, mi indirizzò verso una rotonda che mi avrebbe portato al check point di Gerico, e quindi, ad un certo punto, direttamente verso Abu Dis.
Mi separai da Waze, e dal fragrante gentiluomo, e ripartii.

Provai a chiamare il mio ospite, Sameh Erekat, il coordinatore degli studenti volontari, ma naturalmente non c’era campo. Chiesi un po’ attorno e finalmente arrivai al campus.

first dog-9483Rompere il ciclo della violenza

Il Sig. Erekat mi stava aspettando, imbarazzato, come se sapesse, prima ancora che io parlassi, l’epopea che avevo dovuto passare per raggiungerlo. “Sono veramente dispiaciuto che sia stata bloccata a quel modo” mi disse “ Apprezzo davvero che sia venuta fin qui, non pensavo ce l’avrebbe fatta”.
“Neppure io”, dissi, dopo un viaggio di due ore che avrebbe dovuto durare cinquanta minuti.

Ci incamminammo verso l’edificio dove si sarebbe aperta la cafeteria e lì abbiamo incontrato quattro dolci ragazzine appartenenti alla sezione PAL di Ramallah e tre guide, sedute fuori.
Ahmad Safi, di PAL, ci ha presentato il loro lavoro. Sono davvero rimasta stupita dalla conoscenza che aveva riguardo agli animali in Palestina.

Ci ha raccontato della loro operazione di soccorso a favore degli animali dello zoo di Khan Younis a Gaza, rimasti senza cibo per 52 giorni durante l’attacco del 2014, e sulla cura degli animali da lavoro: i volontari vanno nei villaggi a vaccinare i cavalli e gli asini utilizzati per lavorare la terra e istruiscono i contadini su come trattarli con rispetto.
Hanno anche una campagna per sensibilizzare I bambini riguardo ai loro animali domestici.

stray dog 2“Dobbiamo rompere il ciclo della violenza”, dice Ahmad “ Dobbiamo dire a questi bambini che ciò che vedono fare dagli occupanti – uccisioni, incursioni e raids nei villaggi e nelle scuole – non è una realtà naturale. Questa violenza alla fine si riversa su animali indifesi, e i bambini pensano che vada bene così, perché la violenza la fa da signora. Ognuno danneggia il più debole, e gli animali sono un bersaglio facile”.
“Cerchiamo di trasmettere loro che siamo tutti creature viventi, che tutti, animali ed uomini, abbiamo uguali sentimenti”. Sham, un volontario, spiega: ” Lo stesso modo in cui noi temiamo un carro armato o un soldato, anche gli animali lo temono.

Siamo sotto occupazione insieme, e quindi dovremmo aiutare ogni essere vivente”.

“Così dice il Corano” aggiunge Jiwa.

I nostri antenati non mangiavano carne

P1320282-1Chiedo loro se sono vegani – khudaryat, in arabo, significa “erbivori”.

“Una specie, ” dice Sham “ Mangio carne a malapena. Da quando ho cominciato ad essere coinvolto con il lavoro di Pal, ho notato che il sapore della carne non mi piace più così tanto”.

“Io sono vegetariana, ”dice Dana.”Ho gradualmente smesso di mangiare cibo frutto di un assassinio, non posso mettere in bocca qualcosa che prima era un essere vivente”.

Sham dice che non fa proselitismo e che non cerca di imporre qualcosa alla sua famiglia. “La cucina palestinese utilizza molte verdure. Anche se loro mangiano carne, ed io riso e verdure, sono contento”.

“Molte verdure, sì ” aggiunge Jiwa.” Come si potrebbe aprire una cafeteria senza falafel? Hanno tutto il ferro e le proteine necessarie.Chi ha bisogno della shawarma?”

“ Ma la carne è un requisito in ogni pranzo speciale”, replico io. “Prendete per esempio il pasto dell’iftar dopo Ramadan. C’è da qualche parte una cena in cui non sia compresa la carne?”.

“ E’ vero, dice Safi, ”Ci è stato insegnato che la carne è un cibo nobile. Ma che cosa mangiavano nostri antenati? Piante e verdure. Mangiavano la carne solo una volta a settimana perché non potevano permetterselo. Chi mangiava carne era considerato ricco, ecco perché è diventata parte della nostra dieta. L’industria della carne qui usa ormoni su larga scala, abbiamo imparato a farlo da Israele. Il proprietario di uno dei più grandi allevamenti di polli in Palestina mi ha detto che ha imparato da Israele come nutrire le galline con un misto di resti di carne di pollo, interiora, ormoni, antibiotici e qualche seme, al posto del cibo naturale, per farli ingrassare più velocemente e guadagnare di più. Da quando i contadini palestinesi hanno cominciato ad allevare polli in quel modo? Tutto per questioni di soldi. Israeliani e Palestinesi vogliono diventare ricchi il più possibile.

“Hai detto che vuoi essere parte del movimento di boicottaggio verso Israele. Se vuoi essere vegano, bene. Ma che cosa ha a che fare questo con il boicottaggio?”.

“Noi consideriamo l’occupazione una rovina sia per il popolo palestinese che per gli animali” dice la guida. “Una compagnia olandese forniva all’esercito israeliano cani da attacco da usare contro donne e bambini palestinesi ai check point e durante i raids, e noi non potevamo stare zitti. Abbiamo unito le forze con il BDS e abbiamo fermato la fornitura dei cani. Era un evidente sfruttamento dei cani ed un terribile affronto ai diritti umani dei palestinesi.”.
“Che dire dei farmaci, dei vaccini e dei dispositivi medici? Non possono che essere israeliani. E l’Autorità Palestinese, vi sostiene?”

“ Hai ragione, ci sono dei prodotti che Israele ci vieta di importare o di produrre”, dice. “Israele ne è l’unica fonte, e parte di queste sostanze chimiche non possono essere importate in Palestina perché potrebbero presumibilmente essere usate per attività terroristiche. Questo è il modo in cui Israele controlla l’industria. Abbiamo imparato a produrre alcuni medicinali da soli, spediamo alcuni degli ingredienti dall’Inghilterra e li cuociamo manualmente. Ma no, non abbiamo nessun sostegno dall’autorità Palestinese. Solo l’un per cento del suo budget va all’agricoltura, così puoi immaginare quanto di quella somma venga destinata alla protezione degli animali”.

“D’altra parte però abbiamo un grande supporto dalle municipalità locali – ispettori che ci aiutano a catturare gli animali senza alcuna costo extra. Anche lo spazio per la cafeteria, che costerebbe 70.000 dollari all’anno, è stato concesso alle ragazze gratuitamente. La nostra ipotesi è che tutti possano contribuire. Non dire prima le persone, poi gli animali. Possono essere entrambi, assieme.”.

“Io non sono una grande esperta, ”dico, ”ma mi sembra che ci siano molti vegani israeliani attivisti per i diritti degli animali e contro l’occupazione, giusto?”

“E’come dappertutto nel mondo. Attivisti per l’ambiente, intellettuali di sinistra, attivisti per i diritti degli animali – condividono dei valori. Non significa che debbano collaborare. Hanno un congruo lavoro da fare, questi bravi ebrei, lottando contro l’occupazione. Per ora non abbiamo bisogno di unire le nostre forze. Israele coglierebbe l’occasione per “sbiancare” i crimini che commette, così no, grazie.”.

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