Sciopero

Di Ahmad Safi

Ci sono momenti in cui sono convinto che noi Palestinesi ci inganniamo nel pensare che  abbiamo il diritto di vedere applicate le leggi internazionali. Non abbiamo scelto noi questa vita, semplicemente ci è capitato di vivere in questo sistema, in questo momento, in questa pelle. Questa  vita innalza muri contro il modo in cui trattiamo altre creature che vivono accanto a noi, in questa realtà pervasa da violenza e da odio.

Ancora più grave, questa sofferenza distrugge la speranza. Evita che i diritti, la moralità, l’umanità, la giustizia e l’uguaglianza diventino più che mere parole. Al contrario, si trasformano in concetti stranieri di cui si fa  persino fatica a parlarne, tanto meno immaginare che si possano realizzare nel corso della nostra esistenza.

Sono passati 27 giorni da quando i prigionieri politici palestinesi hanno iniziato lo sciopero della fame. Come prigionieri sotto il controllo israeliano, durante il loro internamento hanno diritto ad essere trattati in base ai diritti fondamentali riconosciuti da leggi, trattati e norme internazionali, diritti che tuttavia un  Paese che si considera al di sopra delle leggi, e come tale agisce, ha loro negato, considerandoli criminali.

Nonostante lo sciopero sia stato largamente ignorato da molti mezzi di comunicazione, forse avrete letto o appreso le ragioni per cui i detenuti ne hanno affermato la necessità.

(https://www.hrw.org/news/2017/05/02/hunger-strikes- highlight-isolation- palestinian- prisoners)

Essi mirano a far ripristinare i diritti basilari che sono stati loro tolti, come visite dei familiari più frequenti, una linea telefonica per poter comunicare con le loro famiglie, un più ampio accesso ai canali televisivi, una migliore qualità del cibo. Un elenco più dettagliato lo si può trovare nel secondo link: http://www.maannews.com/Content.aspx?ID=776469

Come palestinese incastrato in un conflitto fortemente politicizzato, spesso cerco di evitare di parlare di politica, ma pur provandoci, non è facile, considerato che la politica permea tutta la nostra vita.  La politica che tormenta il mio Paese non è un’entità che può essere separata dalla vita quotidiana e dal lavoro. Infatti, la violenza che ha modellato la nostra vita è la stessa che ci ha spinti a lottare per gli animali e per tutti coloro che sono sfruttati e vessati da forze più potenti. È difficile non confrontare le esperienze che condividiamo con loro.  All’interno di questa realtà, caratterizzata da ricorrenti modelli di violenza del più forte sul più debole,come potremmo avvantaggiarci con l’istituire linee di demarcazione?

 

A volte mi fanno notare che il compito di aiutare gli animali ricade sulle spalle di persone che da ben 69 anni, ovvero dalla creazione dello Stato di Israele, stanno esse stesse vivendo una condizione di restrizioni e di ingiustizie. In pratica, noi non godiamo dei diritti fondamentali concessi ad altri essere umani o ad altre specie. In tale disperata situazione, la nostra missione comincia a sembrarci terribilmente lontana dalla realtà in cui viviamo quotidianamente. Noi urliamo per i diritti degli animali in un mondo inghiottito da una violenta e ingiusta occupazione che ci ha spogliato dei più fondamentali diritti umani.

Vi scrivo come attivista per i diritti degli animali sotto apartheid e dietro il Muro e mi chiedo quanti ce ne siano come me. Mi chiedo perché la nostra sofferenza non susciti emozione in un movimento nato per eliminare la sofferenza di esseri rinchiusi in gabbie, caserme, aziende agricole e macelli. Mi sento sostenuto e ascoltato dalla comunità degli attivisti dei diritti degli animali solo quando faccio attenzione a parlare solo di animali. Ma mi chiedo cosa di noi vi permette di ignorarci quando si parla della nostra condizione. La sofferenza di un pollo allevato in soli 40 giorni per diventare carne ci unisce nel considerare ciò una barbarie; ma cosa pensate allora della feroce sofferenza sopportata per anni in molte prigioni israeliane e di coloro che non vi sopravvivono? I giorni scivolano come sabbia attraverso le dita mentre fuori da quelle pareti i tuoi figli crescono e i tuoi genitori invecchiano. Tu sei lì, intrappolato nella tortura quotidiana, nei pestaggi, nell’isolamento, senza cure mediche e nel completo isolamento da quel mondo per la cui difesa hai combattuto . Voglio trovare una spiegazione per il silenzio in risposta alle loro urla, sia per quelle dei 1.700 prigionieri palestinesi che sono morti sia per quelle di coloro che, al 27esimo giorno di sciopero della fame, potrebbero unirsi a loro.

Persino la nostra storia ci tradisce. Stiamo attraversando il periodo peggiore dei nostri tempi. Che si tratti di campi di concentramento nazisti, di campi di concentramento israeliani o dell’industria agricola con la sua produzione di carne, non c’è nessuna  gara per dimostrare cosa sia peggio.. Voglio sapere se la nostra resistenza,se  il dolore che abbiamo attraversato, ha un senso, o se  meritiamo di vivere questo dolore a causa di un peccato che non sapevamo di aver commesso.

Spesso mi trovo a pensare al soldato vegano israeliano che timbra il cartellino, che esegue il suo dovere con il suo casco verde e i suoi stivali cruelty -.free . Blocca le strade, spara ai bambini, tortura e umilia i prigionieri e li guarda morire in tanti modi. Nei week-end, dall’altra parte del Muro, inalbera un cartello e dimostra contro le pellicce o la vivisezione, e in quel mondo si considera un difensore dei deboli. Queste azioni sono ammirevoli, ma la contraddizione non può essere ignorata. Personalmente ritengo la lotta per i diritti degli animali, nella sua essenza, come una lotta per una pura e semplice uguaglianza. E se questa è una definizione con la quale possiamo essere tutti d’accordo, non riesco a capire la logica che permette a tanti di noi di escludere da quella considerazione morale la sofferenza di un intero gruppo.

Vorrei parlarvi direttamente, parlare con chi di voi si sta chiedendo cosa si possa fare, dirvi che sono sicuro che condividiamo lo stesso cuore. Sono certo che la vostra empatia per tutti gli esseri viventi di questo pianeta vi porterà a sostenere l’umanità in tutte le sue forme. Spero che voi possiate comprendere che, nel prendere una posizione e attraverso la realizzazione di un’altra liberazione, diventerete parte di una lotta esistenziale a favore della vostra umanità. Dovete liberarvi  dai concetti che vi  legano le mani. Dite no all’ingiustizia, no alla guerra, no a questa neutralità tossica e alla complicità che giustifica la miseria sulla base della nazionalità. Come ci ha insegnato la nostra lotta collettiva per gli animali, non ci sono distinzioni quando si tratta di diritti e di sofferenze. Ognuno di noi ha il potere di schierarsi per ciò che è giusto.

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